L'identità personale: definizione e primi studi sul concetto di identità

di Cesare Tulli

Il concetto di identità, attualmente molto utilizzato in svariati ambiti disciplinari, si configura come un costrutto multiforme, plurideteriminato e costantemente implicato nella definizione e costruzione del modo in cui ci relazioniamo a noi stessi e agli altri. Per l'elevato grado di astrazione di cui dispone, il concetto può essere utilizzato indiscriminatamente in discipline diverse ma affini quali la psicologia (identità personale), la sociologia (identità collettiva) e l'antropologia (identità culturale), ma anche in discipline apparentemente lontane dalle scienze umane quali l'economia, la matematica, la logica e l'informatica.
Etimologicamente, la parola deriva dal latino identitàtem, la quale a sua volta origina dalla radice idem, che vuol dire lo stesso, il medesimo(vocabolario etimologico Pianigiani). Già etimologicamente, quindi, il costrutto esprime chiaramente un significato di costanza e di unità nel tempo aspecifico che può essere attribuito in modo indifferenziato ad una persona, ad un gruppo sociale, ad una istituzione, ad un popolo o ad una azienda. In questo articolo tratterò specificatamente del tema dell'identità personale. L'obiettivo è quello di individuare le caratteristiche principali dell'identità personale, le sue modalità di formazione e i processi di cambiamento che la contraddistinguono, in modo da fornire uno schema chiaro e semplice per tutti coloro che siano interessati sia alle implicazioni teoriche che empiriche del costrutto. Ho scelto appositamente di analizzare la dimensione personale del concetto di identità per il fatto che, essendo l'individuo la cellula di base dell'agire sociale e civile e non esistendo area che non contempli la sua implicazione, l'identità personale entrerà in gioco in tutti i livelli di analisi, da quelli endopsichici e microinterazionali a quelli macrosociali o economici.
Storicamente i primi filosofi che trattarono il tema dell'identità in modo sistematico furono J. Locke e D. Hume, i quali, in linea con la corrente empirista da loro stessa inaugurata, sostenevano che l'identità fosse un meccanismo psicologico che ha il suo fondamento nella relazione che la memoria instaura tra le impressioni continuamente mutevoli e dall'interazione tra presente e passato. Da questo punto di vista l'identità è considerata come una costruzione della memoria, la quale, attraverso la sua naturale capacità rievocativa, costituisce nel tempo l'unità narrativa autobiografica del soggetto. Questa riflessione filosofica è stata sostanzialmente accolta dalla psicologia, la quale parla d'identità e di crisi di identità in ordine alla solidità o fragilità di questa costruzione. Ad ogni modo, il primo studioso che ha offerto una valida sistematizzazione del concetto di identità personale in psicologia è stato William James, il quale nel celebre Principles of Psycology (1890) ed in seguito nel saggio Il flusso di coscienza (1892) ha espresso per primo quelle che tuttora sono considerate le principali caratteristiche strutturali e fenomenologiche dell'identità personale.

L'identità personale, difatti, per James aveva due fondamentali funzioni:
1) costituire un senso di continuità nel tempo del Sé indipendentemente dalle variazioni e fluttuazioni degli stati di coscienza (cicli veglia/sonno; variazioni umorali; processi di crescita e maturazione biologica; ecc.);
2) fondare la base di una individualità che possa permettere ad un soggetto di definirsi separato e differenziato da qualsiasi altro. 
E' chiaro, quindi, come James abbia individuato nell'identità personale quelle caratteristiche processuali e dinamiche che permettono al nostro pensiero di rivelarsi congruo e stabile nel tempo, ma anche separato ed unico rispetto all'esterno. Questa definizione, pur mantenendosi inalterata fino ad oggi, nel tempo ha acquisito maggiore complessità ed articolazione incorporando le proposte teoriche delle correnti di pensiero e delle discipline che via via hanno preso parte al dibattito. A partire dai primi anni del '900, grazie all'influsso della neonata psicologia sociale e della sociologia, comincia ad emergere l'ipotesi che l'identità sia anche il risultato di una attribuzione (da parte di altri al singolo, e da parte di sé a se stessi) esterna di qualità che in seguito vengono reintroiettate ed investite di senso soggettivamente, e non solo una qualità oggettiva della persona. In altre parole, l'identità, in quanto qualifica di riconoscibilità applicata all'individuo dal gruppo sociale di appartenenza, non è una entità, né una funzione identificabile della mente (come l'autocoscienza), ma è piuttosto un giudizio. Questa definizione metterebbe, quindi, anche l'accento sul carattere di convenzionalità, di incertezza e sulla modificabilità nel tempo dell'identità individuale. Il processo di costruzione dell'identità individuale attraverso il gioco di rispecchiamento del soggetto con l'ambiente sociale di appartenenza viene ben teorizzato proprio nei primi anni del '900 da Herbert Mead (1934) il quale ipotizza l'esistenza di un meccanismo di introiezione di tipo sociogenetico; in sintesi, l'ipotesi era che l'identità di una persona, stabilita socialmente attraverso forme microinterazionali, venisse poi introiettata individualmente andando a costituire il nucleo del senso identitario (Psiche, Vol.1; Einaudi). Studiosi di stampo culturalista come Mead (1934), Vigotskij (1978) e Bateson (1972; 1979) sostengono, quindi, che ciò che viene conosciuto come mente non è una "proprietà" che risiede all'interno di un singolo individuo ma il frutto di una relazione che necessita la presenza di una dimensione altra con cui interagire. L'identità personale sarebbe legata alle dimensioni di senso che la realtà rimanda e rende disponibili al soggetto. Attraverso l'impersonificazione e la rielaborazione di ruoli, caratterizzati da norme e prescrizioni, l'individuo incomincia ad "indossare gli abiti" che gli permetteranno di strutturare un repertorio di comportamenti e di rappresentazioni di sé, attraverso cui procedere nella costruzione e nella definizione della propria identità. Il sé e l'identità sono quindi frutto di una interazione che met e in relazione l'individuo con sé stesso e con l'insieme di rappresentazioni della realtà che ha costruito.Gli schemi di tipizzazione, i processi di categorizzazione e i vincoli dettati dal genere sessuale di appartenenza esercitano sull'individuo una importante funzione regolativa; la strutturazione della realtà passa quindi attraverso un insieme di processi interattivi legati a numerosi tipi di variabili ed il sesso di appartenenza costituisce un potente vaglio rispetto ai possibili ruoli e modalità di percezione della realtà disponibili all'individuo. Con il termine ruolo si indica un costrutto attraverso il quale vengono codificati attributi, prescrizioni e regole originati dall'interazione sociale, capaci di vincolare i modi di essere e di agire delle persone in relazione ad un certo contesto o ad una certa situazione. L'acquisizione di un sistema di regole e di significati condivisi, che permette all'individuo la costruzione di una identità sociale, è regolata dalle differenti interpretazioni dei ruoli sociali. Identità e ruoli sociali sono quindi legati da un processo circolare autoregolativo: l'interpretazione di nuovi ruoli fornisce all'individuo un "guardaroba di abiti" con il quale costruire sé stesso e nel contempo affrontare la realtà. Lo sviluppo dell'identità personale si realizza, inoltre, all'interno di complessi processi circolari e autoregolativi. Ad esempio, l'appartenenza a un certo ruolo sessuale comporta sin dalla nascita la messa in atto, da parte del contesto di riferimento, di processi tesi a diversificare i due generi sessuali. La pressione sociale esercitata sul bambino e la sua elaborazione soggettiva rappresentano i meccanismi principali attraverso cui si attua questo processo di differenziazione. I genitori, i parenti edil gruppo sociale di riferimento forniscono un sistema di autorispecchiamenti attraverso cui il bambino inizierà ad apprendere ruoli, modalità espressive e di comportamento coerenti con il proprio sesso di appartenenza.Il processo attivo attraverso cui il bambino elabora queste informazioni viene definito come autocaratterizzazione sessuale; per mezzo di essa si trattengono prevalentemente le informazioni coerenti con la propria identità di genere. Mischel (1981) sostiene che il bambino classificatosi come maschio (e così la bimba classificatasi come femmina) attraverso il principio di costanza sviluppa una immagine di sé coerente con la propria identità sessuale identificandosi con i diversi ruoli sessuali e a conformarsi alle norme che la realtà sociale a cui appartiene gli rimanda. Interiorizzando le prescrizioni esplicite ed implicite desunte dai prototipi e dagli stereotipi, mediate e sperimentate attraverso i ruoli, le donne così come gli uomini costruiscono le motivazioni, i bisogni e le autoconsapevolezze coerenti con l'identità di genere (Salvini, 1998). Attraverso queste considerazioni si può comprendere come losviluppo dell'identità, il genere sessuale di appartenenza, i ruoli e le norme sociali a cui essa rimanda siano strettamente legati gli uni agli altri; questi processi intenzionali, interagendo con le caratteristiche (storico, culturali e sociali) della matrice occidentale, producono delle differenze, all'interno dei due generi sessuali, nella costruzione delle rappresentazioni di sé e dei ruoli sociali di appartenenza.